Cena al buio… La cena dei 4 sensi

Fotografia dei nostri moschettieri: Stefania, Devis e Alex

Carissimi,
l’esperienza delle cene al buio è veramente unica! Eccovi il bellissimo racconto di uno dei partecipanti alla cena dello scorso 26 ottobre che vi farà “assaporare” le sensazioni di una serata stupenda! Buona Lettura!

Fotografia dei nostri moschettieri: Stefania, Devis e Alex

“Venerdì 26 ottobre, in Osteria Toniolo a Treviso è stata organizzata dall’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti Onlus, una “cena al buio”: in un locale completamente oscurato i piatti sono stati serviti ai tavoli da camerieri non vedenti.

Scopo dell’iniziativa era di sensibilizzare le persone vedenti, in una situazione piacevole e conviviale, sulle difficoltà che affronta chi soffre di minorazioni della vista nel compiere anche le più semplici attività quotidiane e sulle strategie per superarle.

Chi vi scrive ha voluto sperimentare questo percorso, sapendo cosa affronta quotidianamente un non-vedente, ma senza mai aver provato direttamente sulla sua pelle un’esperienza del genere. 

L’ingresso in sala, ovviamente oscurata completamente, è avvenuto per mano di uno dei camerieri, che ci ha accompagnato in un luogo a noi sconosciuto, su percorsi invisibili. La fiducia quindi, o c’è, o s’inciampa.

Le mani diventano subito fondamentali, come un radar che sonda il territorio inesplorato su cui ci addentriamo: e non sempre siamo in grado di usarle con attenzione…!!

Movimenti troppo bruschi possono far cadere una bottiglia d’acqua, farci sbattere contro una colonna a raso muro: passi troppo veloci e sicuri possono portarci addosso ad una sedia, un cestino dei rifiuti, un posacenere a colonna, o un secchio in ferro che rimbomba come campana nel silenzio della sala.

Ma risolti i primi inghippi, si procede a sederci a tavola: lo spazio che ci circonda viene lentamente analizzato dalle dita e dalle mani, percorrendo lentamente la tovaglia (questa volta si, l’abbiamo capito che bisogna usare cautela) come fosse una mappa del tesoro, alla ricerca del piatto, delle posate, dei bicchieri (due!), del cesto del pane, delle dita del vicino di posto che sta scandagliando la sua parte di tavolo.

Gli occhi… quelli li teniamo sempre aperti, come disperati alla ricerca di uno spiraglio, come assetati nel deserto in cerca di un’oasi, di una sorgente di luce che ci doni conforto, e ci riporti al nostro stato abituale.

Ma la Stefania, perfida, non ha lasciato nulla al caso: la macchina del caffè è spenta (niente fiammella!), la cucina è nascosta da due panni neri (non arriva nemmeno l’odore del cibo!), orologi non ce ne sono, spie di qualche televisione, impianto stereo, telefono, luce d’emergenza… nulla! Niente! Buio totale!

E gli occhi continuano disperati , spalancati, assuefatti alla luce e inadatti al buio.

Ma torniamo alla tavola: fatte le prime scoperte (il vino c’è: la caraffa ha un buon manico, e riesco a versarmi qualche goccio di vino senza macchiare la tavola. Ma tant’è, al buio, chi mai mi può riprendere!), ci allarghiamo a sondare il clima dei nostri vicini di posto.

Al mio fianco, chi mi accompagna: alla sinistra una signora che si sente abbandonata dalla figlia, che s’è seduta troppo lontana per poter chiacchierare; davanti a me invece, un paio di ragazze, simpatiche e alquanto loquaci.

Iniziamo ad allargare gli orizzonti: le chiacchiere cominciano lente, su argomenti generali, e poi non si fermano più. E’ vero: al buio la forma perde d’interesse, e la sostanza delle cose e delle emozioni prende il sopravvento.

Quindi si chiacchiera del più e del meno, di viaggi, di esperienze, di sensazioni: la parola diventa l’unico filo che ci tiene in relazione col mondo. Si impara velocemente a chiamarsi per nome, per evitare di parlare e non farsi ascoltare; si abbandonano lentamente le palpebre al loro riposo, perché gli occhi alla fine a nulla servono, e le pupille stanche di puntare nel vuoto cessano la loro battaglia.

Ma siamo qui per mangiare! E partano le pietanze allora!

Devis e Alex, anime pie, si prodigano a servirci l’antipasto: divento cameriere anch’io, perché gli spazi ristretti di questa parte di tavolo non permettono a Devis di raggiungere anche quelli a capotavola. Le mani anche qui subentrano agli occhi, attirando l’attenzione del vicino e permettendo il fluire dei piatti.

Esperienza nuova anche mangiare: funghi? Soppressa? Bresaola? E quest’altra sostanza compatta cos’è? Polenta! Il naso interviene a ristabilire un po’ d’equilibrio, che si perde immediatamente, visto che i funghi non sono propriamente dei funamboli, e tendono a cadere dalla forchetta (dove, non si sa: un po’ nel piatto, un po’ nella tovaglia, alcuni per terra, o peggio sulla camicia, bianca ovviamente).

Ascolto le mie vicine di tavolo (ma quanto sono lontane..? nemmeno la percezione dello spazio, neanche quella rimane..), che tornano bimbe e si dilettano a mangiare con le mani.

Passa parola ancora: raccogliamo i piatti, arrivano i primi. Anche qui il naso la fa da padrone: zucca e funghi, questi profumi si sentono, e ci scambiamo opinioni sul gusto, sulla preparazione della ricetta e sulla bontà del risultato ( meglio il risotto o gli gnocchi? La questione rimane irrisolta…).

Intanto le discussioni continuano, il buio elimina ogni timore e le parole proseguono fluide: possiamo anche pulirci con la tovaglia, che tanto non se n’accorge nessuno (nemmeno noi ad essere sinceri…).

Arriva il dolce, e abituati a usare l’olfatto, questa volta sbagliamo : la panna sopra la torta ci incipria il naso, e il risultato sono risate fragorose e liberatorie.

Ma come tutte le cose belle, prima o poi finiscono: fragili e tremule entrano un paio di candele a colorare d’ambra le mura del locale.

Gli occhi si aprono, con difficoltà, e avidità: ragioniamo sulla capienza del locale, la dislocazione dei tavoli, la distanza tra i commensali e la grandezza del tavolo.

Le luci aumentano: s’accende qualche lampadina, la macchina del caffè sbuffa all’avvio della fiammella, e cominciamo a guardare con gli stessi occhi di sempre le persone che fin’ora ci hanno tenuto compagnia.

Ma qui le reazioni sono molteplici: chi fragorosamente sorride, allargando occhi e sguardo per accogliere con entusiasmo il compagno di merende con cui aveva condiviso il pane; chi finalmente inizia a parlare, perché la notte fonda in cui era immerso non gli rendeva semplice nemmeno far sentire la sua voce; chi invece, loquace fino a qualche istante prima, si ammutolisce, come imbrigliato nei pregiudizi che talvolta frenano le relazioni, e incapace di superare la difficoltà di riconoscere nel viso sconosciuto che gli si trova innanzi, la persona con la quale si è lasciato andare nei racconti durante le due ore appena passate.

 Diciamo che più che il buio mi ha colpito l’essere ritornato alla luce: dei quatto sensi che avevamo usato fin’ora, il quinto, forse quello che ritenevamo più importante, per alcuni ha avuto il sopravvento sulla razionalità, azzerando quanto costruito fino a qualche istante prima.

La vista spesso ci distrae dagli altri sensi, limitandoci all’abito evitando per questo di guardare il monaco negli occhi.

Alcuni non avrebbero mai pensato di partecipare ad una cena al buio, soprattutto  per timore di umiliare e offendere con un gioco a tavola chi nella vita deve fare i conti ogni giorno con mille ostacoli : tuttavia hanno partecipato con grande rispetto, e con la consapevolezza che ne sarebbero usciti con qualche spunto su cui riflettere e condividere con altre persone.

E uscimmo a riveder le stelle, direbbe quindi qualcuno: salutiamo tutti, con immenso piacere un abbraccio alla Stefania che si è prodigata per organizzare il tutto (grazie, ancora grazie), felici d’aver provato sensazioni che difficilmente si possono raccontare, ringraziando Dio per la pioggia che ci accoglie fuori della porta dell’Osteria, assieme alla luce dei lampioni e i riflessi delle auto sulle pozzanghere.”

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